Costumia veste Raffaella Fico a Teatro, successo a Salerno con “La Locandiera di Marechiaro”.
Il debutto a Salerno per la distribuzione del Teatro Pubblico Campano
Non è una commedia musicale come si potrebbe immaginare, considerati i tre o quattro misurati momenti musicali e cantati dal vivo. Ma non si poteva non valorizzare al meglio le doti canore di Raffaella Fico, nei panni di Donna Miranda. Del resto, nella storia originale di Goldoni una delle due commedianti era anche cantante, e nella Locandiera di Marechiaro il bel canto viene ripreso con misura e coerenza.
Le scene sono importanti e curate da Susi Schiacciapietra e i costumi, molto eleganti, sono stati realizzati da Costumia di Casagiove. Grazie anche al disegno luci di Francesco Sabatino, lo spettacolo si presenta nei teatri e nelle arene all’aperto con uno stile d’altri tempi; completano il quadro le foto di scena su cavalletti e supporti, valorizzate dal lavoro del fotografo Giosuè Improda.
Erano pressoché dimenticati i sold out al Teatro Nuovo di Salerno, ma la protagonista Raffaella Fico, in una sorprendente Donna Miranda, ha riportato quelle emozioni nelle sale teatrali di una volta, fino ad aggiungere sedie in platea per assistere a un classico di Goldoni.
Il pubblico si è detto soddisfattissimo a fine spettacolo. Si sono contati ben 14 applausi a scena aperta, di cui 7 per l’affascinante protagonista.
Il pubblico ha definito l’opera goldoniana come “tradotta” e non “tradita”: invece di essere ambientata nella Toscana del Settecento, come volle Goldoni, la vicenda è collocata nella più elegante e briosa Napoli borbonica del 1770, con un leggero tocco di gustosa napoletanità.
Con la traduzione e la lieve napoletanità, il regista ha ristrutturato l’opera con aggiunte e variazioni di alcune caratterizzazioni, creando quadri scenici e intrecci interessanti, sia dal punto di vista strutturale sia per il godimento della storia stessa.
Il tutto ha trovato riscontro nel pubblico sia nell’uso di alcuni termini chiaramente napoletani, molto divertenti, sia nella drammaturgia ritradotta e ripensata per un pubblico anche non napoletano. Attraverso il teatro e questa messa in scena c’è stato un vero rispolvero storico della bella Napoli del Settecento, con tempi di recitazione volutamente classici e mai frettolosi. La storia della locanda che fu di Mirandolina, qui diventata Donna Miranda, ha prevalso sugli attori, tutti bravi e interessanti. Questo il buon risultato secondo il commento del regista, ma anche secondo il pubblico, che non ha mai visto correre la storia e la recitazione come accade spesso nel teatro moderno.
Uno stile e una considerazione che troveranno sicuramente riscontro anche nei teatri oltre la Campania, secondo il commento a caldo del pubblico all’uscita dalla sala.
Interessante anche la volontà registica di arricchire la storia con fatti storici realmente accaduti e legati a strutture esistenti e create nel Settecento da re Carlo, oltre a episodi sviluppatisi nella Napoli di quel periodo: fatti artistici, musei, eventi culturali e un grande fermento cittadino tra il 1735 e il 1770.
Questi aspetti di garbata napoletanità il regista Nando Sessa li ha voluti, strutturati nel testo e affidati per la traduzione in lingua napoletana a Rodolfo Fornario, pur governandone l’adattamento per la messa in scena.
I costumi, integralmente realizzati in seta di San Leucio, e le scenografie importanti e imponenti ci lasciano immaginare e rivedere la locanda, la vera osteria di Marechiaro citata dal Maestro Paisiello, forse la stessa locanda musicata nel 1768.
Lo stile e l’eleganza della Napoli colta si sposano con l’aria che si respira all’interno delle sobrie vicende che si susseguono nella locanda di Donna Miranda, interpretata da Raffaella Fico.
I due improbabili nobili e i pretendenti della Locandiera tengono alto e vibrante lo spirito allegro della storia, ma non di meno l’affascinante cavaliere misogino, suo malgrado, dovrà cadere e essere buggerato dal tiro della avvenente locandiera, che mette in campo non solo la bellezza ma anche astuzia, charme e caparbietà.
Il gioco delle due commedianti vede la prima, donna Assunta, fare da spalla e complice a Donna Miranda con travestimenti un po’ machiavellici per far cadere il cavaliere misogino; la seconda, donna Carmela, è invece una caratterista e cantante che aggiunge un tono di musicalità e teatralità molto interessante e in parte inatteso all’intera commedia.
Sorprendente la canorità di Raffaella Fico nel cimentarsi in canti antichi come Lu Cardillo, altrettanto gradevoli i momenti musicali e cantati nel contesto drammaturgico.
Il cameriere della locanda, Fabrizio, non poteva non essere un ragazzo debole ma bello e innamorato, seppur con misura e discrezione, sempre accorto nei servigi della locanda. Molto simpatica l’idea di renderlo “ciociaro”, come Sessa aveva già abituato nelle sue regie alla nota dialettale diversa dal contesto, per dare un suono diverso alla musicalità dello spettacolo: lo ricordiamo quando napoletanizzò in napoletano Sganarello nel Tartufo di Molière interpretato da Nando Gazzolo.
Il sempre attuale tema toccato dalla protagonista de La Locandiera ci ritrova concordi nell’esaltazione di tante virtù decisamente femminili, non proprio naturali e normali in quel periodo storico: emancipazione sociale, evoluzione culturale, diritti e dignità, ma anche il contributo di una bellezza insita in ogni donna, e in special modo nella avvenente Locandiera di Marechiaro.
Una regia accurata e pignola sull’ambientazione, con la scelta di colori e scene e con il mix di cambi quadro gestiti come in un film di Visconti. Ecco perché la scelta registica di volere dei velatini per la camera da letto di Donna Miranda consente di ammirare i tempi teatrali del Settecento e dell’Ottocento, scanditi con la metrica delle battute e mai irruenti o troppo veloci come si converrebbe a una commedia della Napoli del Novecento. Alcune note musicali, che fanno da tappetino, danno quel tocco di eleganza e in alcuni momenti anche quel piglio ritmico tipico della Napoli di Giovanni Paisiello, come nell’ouverture musicale che fa da apri-sipario. La ricerca musicale, a cura del Maestro Adesso del Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, non poteva far mancare all’allestimento musiche e brani della antica tradizione come Micheleemma, Lu Cardillo e, più avanti nel testo, brani più moderni e di rivolta come Palummella zompa e vola. Le musiche sono state arrangiate da Espedito De Marino con i finali concessi dal Maestro Gragnaniello e sempre arrangiati da De Marino. Le musiche contribuiscono a fare di questo allestimento un classico dalle venature moderne, ma in sostanza un teatro da non perdere, per tradizione classica e pura teatralità.
Il tutto trova una adeguata e mai fuori luogo collocazione temporale e persino una condizione romantica per i nostalgici di una Napoli ormai depauperata dalla storia stessa o dalla storia scritta dai vincitori.
Insomma, non si poteva pensare di ospitare meglio La Locandiera di Goldoni in questo allestimento partenopeo che, anche così rivisitato, risulta sempre tradotto e mai tradito, con il senso di inclusività sociale che già nel Settecento dei Borbone era una grande caratteristica di quella e di questa Napoli moderna.